I VIDEO PER RACCONTARE L’AMBULATORIO DI SOSTEGNO PSICOLOGICO DI AIL MILANO

I figli dei pazienti oncoematologici

Quando un genitore si ammala di tumore le certezze che sostengono un figlio nel suo processo di crescita possono improvvisamente crollare.
La diagnosi di un tumore ematologico irrompe nella vita della persona che la riceve e la sottopone a lunghi periodi di cure, spesso invasive, che possono far emergere vulnerabilità e sofferenze in famiglia.
I figli, soprattutto se bambini o adolescenti, non sono preparati alla sofferenza dei genitori.
L’immagine che si costruisce dei genitori è infatti quella di supereroi immortali il cui compito è quello di proteggere i figli dalle sofferenze del mondo.
Quando una malattia oncoematologica entra nella vita di una famiglia quell’immagine viene distrutta e i genitori diventano vulnerabili e fragili.
Questo può ostacolare sia il bisogno che un figlio ha, soprattutto se adolescente, di esplorare il mondo, sia quella naturale e legittima ribellione che contraddistingue il percorso di crescita.
Un figlio può infatti sentirsi intrappolato tra il desiderio di andare alla ricerca di sé e la responsabilità di prendersi cura dei genitori. Questo senso di confusione tra desiderio e dovere è del tutto normale ed è importante potergli dedicare uno spazio per riuscire a fare chiarezza sugli aspetti che un figlio può gestire, in base all’età e alle proprie possibilità, e quelli che è necessario lasciare andare.
È importante dare a queste ragazze e a questi ragazzi uno spazio e un tempo in cui non soffocare il dolore, ma dargli la possibilità di esprimersi per poter ripartire.

Il ruolo del caregiver con il paziente oncoematologico

Chi è il caregiver? È un figlio, un marito, una moglie, un amico che si prende cura sul piano fisico ed emotivo della persona a cui è stata diagnostica la malattia.
Il caregiver è chiamato a svolgere compiti per i quali spesso non è adeguatamente informato e preparato.
Non sono compiti facili e soprattutto nella fase acuta della malattia è chiamato a svolgere diverse mansioni: accompagna la persona alle visite, parla con i medici, gestisce le pratiche burocratiche e l’economia domestica, si occupa dell’alimentazione e di ciò che riguarda l’igiene personale.
E cerca di fornire supporto durante gli inevitabili momenti di paura e sconforto che accompagnano la persona nel suo percorso terapeutico.
Questo, nel lungo periodo, può stravolgere la vita e la progettualità del caregiver che, ad un tratto, sente venire meno tutto ciò che definiva la sua esistenza: il suo lavoro, i suoi progetti, le sue relazioni, le sue routine.
Il caregiver può andare incontro ad un cambiamento della sua vita che può essere vissuto con costrizione, stanchezza e sofferenza anche quando l’amore e la dedizione per la persona che sta affrontando la malattia sono autentici.
È del tutto normale sentirsi ad un certo punto ‘intrappolati’ e sentire il bisogno di prendersi del tempo e dello spazio per sé e per il proprio dolore.
È importante per il caregiver sapere che può dare spazio anche alla sua sofferenza e che può concedersi la possibilità di esprimere le proprie paure e la propria stanchezza.
È importante dar ascolto a questi vissuti e, insieme all’aiuto di professionisti, contestualizzarli alla luce della propria esperienza di cura e non confonderli con senso di inadeguatezza o colpa.

I caregiver possono rivolgersi all’Ambulatorio AIL senza impegnativa. Per informazioni telefona allo 02 76015897 o scrivi a info@ailmilano.it

Come si svolge il primo colloquio con lo psicologo? 

Molti immaginano il primo colloquio con lo psicologo come una sorta di interrogatorio in cui il professionista, attraverso una serie di domande o di test, etichetterà e giudicherà il paziente, indagando gli angoli più oscuri della sua personalità.
In realtà quello che accade durante un primo colloquio è un incontro. Un incontro autentico, costellato da vissuti di ansia e preoccupazioni, tipici di un primo appuntamento tra due persone.
Nello specifico si tratta di un incontro tra una persona che, a seguito di una diagnosi di malattia, si ritrova persa nel suo spazio e nel suo tempo e un professionista che, attraverso la sua competenza e conoscenza può fornirgli gli strumenti per ritrovarsi e affrontare il percorso terapeutico.
Come avviene, dunque, un colloquio psicologico all’interno dell’Ambulatorio AIL?
La persona attraverso un’impegnativa rilasciata dal suo medico curante contatta AIL Milano e noi provvederemo a metterci in contatto con lui/lei per fissare un primo appuntamento così da conoscerci, condividere la propria storia, l’unicità dei propri vissuti e definire degli obiettivi su cui lavorare insieme.
Perché chiedere un appuntamento? Il percorso oncoematologico può essere molto faticoso. I tempi di cura possono protrarsi per lunghi periodi di tempo e possono debilitare il corpo.
Possono cambiare ruoli e le dinamiche relazionali, lavorative e familiari che fino al momento della diagnosi hanno contribuito a definire i punti su cui “potersi sentire” stabili dentro la propria esistenza.
Ci si può sentire stanchi e affaticati e si può sentire la necessità di condividere paure, dubbi , stanchezza, tempo e spazio. Si possono vivere momenti di sconforto che possono perdurare nel tempo.
Per tutte queste ragioni può essere importante far riferimento a dei professionisti per dedicarsi uno spazio e un tempo in cui condividere l’esperienza di malattia, i vissuti celati dietro alla sofferenza e le difficoltà incontrate.
E costruire, insieme al professionista, una cornice della propria esperienza in cui potersi riconoscere nuovamente. 

 

Psicologia e Onco-ematologia 

La malattia onco-ematologica colpisce principalmente il corpo che viene sottoposto a cure spesso invasive e di lunga durata.
È un tempo in cui, nel prendersi cura del corpo, la persona si allontana passo dopo passo da tutto ciò che definiva la sua vita: il suo lavoro, la sua famiglia, i suoi progetti, le sue passioni, i suoi interessi.
Tutto ciò che era familiare improvvisamente diventa sconosciuto e la persona si ritrova faticosamente a cercare delle risposte a domande che mai nella vita pensava che si sarebbe dovuto porre.
L’inimmaginabile entra a far parte della vita e la persona si ritrova smarrita dentro la sua esistenza con un corpo che non conosce e in un mondo che sente decisamente lontano da lui.
È all’interno di questa cornice che si definisce il ruolo dello psicologo con i pazienti onco-ematologici e con le loro famiglie.
La psicologa, specializzata in ambito oncologico, accompagna la persona nel punto in cui si è smarrita per iniziare un percorso, più o meno lungo a seconda delle diverse necessità, atto a ridefinire ruoli e progetti e individuare le risorse necessarie a fronteggiare il percorso terapeutico. 

AIL Milano a tale scopo ha da qualche mese attivato uno spazio di supporto psicologico gratuito, interamente dedicato ai pazienti oncoematologici e alle loro famiglie.

Per avere maggiori informazioni contatta AIL Milano allo 02 76015897 o scrivi a info@ailmilano.it

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