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Spesso chi è sopravvissuto a una malattia oncologica è tormentato dalla paura che questa possa ripresentarsi, con gravi ripercussioni sul proprio benessere psicologico: è la cosiddetta ‘paura della recidiva’, che affligge fino al 70% degli ex pazienti

Prof. Paolo Corradini Ematologia Oncologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori Milano

Dott.ssa Claudia Borreani, Psicologia Clinica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori Milano

La paura che il cancro possa ripresentarsi è una delle più frequenti cause di disagio nei pazienti che hanno avuto una malattia oncologica. Le preoccupazioni correlate al cancro e alla sua progressione in questa popolazione sono state infatti osservate in una percentuale che va dal 24% fino al 70%. La PR, paura della recidiva, attraversa l’intera esperienza della malattia, ma si esprime in particolar modo nella fase di follow-up o in occasione degli esami periodici di controllo. È, infatti, molto comune nei pazienti lungo sopravviventi. A differenza dei disturbi d’ansia, che appaiono più generalizzati, la PR rappresenta una risposta specifica al vissuto di minaccia attivato da una diagnosi di cancro e dalla necessità di affrontare trattamenti, anche invasivi.

Tuttavia, un’elevata paura della recidiva può condizionare in modo talvolta significativo la qualità della vita dei pazienti, riducendo i livelli di concentrazione nelle attività quotidiane, la qualità e la quantità del sonno, le relazioni sociali e la percezione di benessere soggettivo. Il rischio percepito di recidiva è inoltre spesso sproporzionato rispetto al rischio reale. Sebbene vi siano in letteratura numerosi studi sull’impatto di questa variabile sulla qualità di vita dei pazienti liberi dalla malattia, pochissimi lavori hanno esaminato la realtà dei tumori ematologici che presentano percorsi diagnostici e terapeutici peculiari se paragonati a quelli dei tumori solidi che risultano invece tra i più studiati.

Grazie al contributo di AIL, presso il reparto di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tu mori, è stato condotto uno studio con l’obiettivo di indagare la paura della recidiva in un campione di pazienti affetti da leucemie e linfomi, liberi da malattia da almeno due anni e studiarne le associazioni con i fattori demografici/medici/psicosociali, la qualità di vita, il disagio psicologico e la ricerca di senso. È stato selezionato un campione di 106 pazienti adulti ai quali è stato chiesto di compilare un questionario “Fear of Cancer Recurrence Inventory (FCRI)” nella versione tradotta ed adattata in italiano. Ecco alcuni risultati preliminari.

Paura della recidiva: i risultati dello studio

Dei 106 pazienti arruolati, 75 (71%) hanno risposto al questionario, 2 hanno interrotto la compilazione fornendo dati parziali e non analizzabili e 3 hanno rifiutato di partecipare alla ricerca. L’età media dei partecipanti alla ricerca è di 55 anni, la maggior parte sono coniugati o convivono (75%), il 40% ha un diploma di scuole superiori e il 44% vive con il coniuge o il compagno. I pazienti arruolati mostrano mediamente livelli di paura della recidiva maggiori rispetto ai pazienti affetti da altra patologia oncologica.

Osservando le singole risposte al questionario emerge che il rischio di sviluppare una recidiva viene percepito dal 35% dei pazienti (a fronte di un 65% che si ritiene per nulla/poco a rischio). Nella maggior parte dei pazienti il pensiero della recidiva non si presenta troppo frequentemente. La situazione che maggiormente evoca il pensiero di una recidiva risulta essere quella delle visite mediche o degli esami clinici. La maggior parte dei pazienti cerca di evitare le situazioni che fanno pensare a una recidiva. Tra le problematiche emotive, quelle maggiormente segnalate sono la preoccupazione, la paura e l’ansia. Le modalità con cui i pazienti gestiscono la paura della recidiva sono diverse. Le più utilizzate sono caratterizzate dallo spostamento del pensiero su altri contenuti o altre attività piacevoli. I pazienti dichiarano di sentirsi rassicurati dall’utilizzo di queste strategie. Un successivo livello di analisi dei dati consentirà di individuare meglio le persone più soggette a queste paure e di identificare precocemente le situazioni (cliniche o psicologiche) particolarmente a rischio. Una maggiore comprensione di questo fenomeno fornisce importanti indicazioni per poter strutturare e proporre interventi preventivi volti a migliorare l’adattamento psicologico dei pazienti.

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