“Si crea un “canale di fiducia”, io lo chiamo così. Inizia in AIL Milano, che avuto fiducia in me fin da quando mi sono proposta, lasciandomi libera di agire, e funziona anche con i pazienti e i caregiver.”
Rita Mascolo ha trascorso una vita lavorando in una biblioteca di Milano. Al contempo, si è dedicata al volontariato con grande impegno e passione, anche per AIL Milano.
Al termine della sua attività professionale, oltre a dedicare tempo ed energie alla cura dei nipotini, si è proposta di offrire assistenza ai malati ematologici in viaggio per le cure e ai loro caregiver accolti in alcune Case AIL. L’esperienza è iniziata nell’autunno del 2025.
In occasione dei 50 anni di AIL Milano Monza Brianza, Rita ha accettato di presentare il servizio di assistenza e, al contempo, fare insieme una riflessione più profonda sul senso e il valore del volontariato.
Rita, da più di 20 anni a fianco di AIL Milano: com’è nato questo incontro?
Grazie a una mia collega, che mi ha invitato a partecipare ai banchetti di Natale. Credo di non averne mai saltato uno!
Mi sono interessata ad AIL Milano perché avevo piacere di fare volontariato, pur essendo occupata anche con un’associazione che si dedica agli anziani. Una volta in pensione ho contattato AIL Milano mettendo a disposizione più tempo e proponendomi per seguire i pazienti e caregiver ospiti delle Case AIL.
In cosa consiste il servizio di assistenza?
Prendo contatto con gli ospiti delle Case AIL e chiedo se posso presentarmi davanti a un caffè. Non comprendono subito cosa faccio, cosa posso fare per loro, però non mi fanno domande. Ci conosciamo di volta in volta: io ascolto, mi informo sulle loro esigenze, perché il mio aiuto è prima di tutto concreto, dove fare la spesa, quali sono i mezzi pubblici più comodi oppure dove trovare servizi utili, come l’ufficio postale.
Sono i pazienti stessi, o i familiari, i caregiver, che a volte mi pongono delle domande.
Si crea un “canale di fiducia”, io lo chiamo così. Inizia in AIL Milano, che avuto fiducia in me fin da quando mi sono proposta, lasciandomi libera di agire, e funziona anche con i pazienti e i caregiver. Loro sanno che ci sono anche quando non sono presente.
Che tipo di relazione si instaura?
Direi quasi di amicizia. La prima paziente aveva bisogno di scrivermi ogni giorno, mi mandava gli auguri di buona giornata e la buonanotte, e io rispondevo, naturalmente. Mi invitava a bere una tisana anche quando non stava affatto bene, subito dopo le terapie… Era un’insegnante di Storia dell’Arte: un giorno le ho chiesto se la sentiva di andare al Museo del Novecento e siamo andate.
A volte chiedo se hanno dei desideri: l’ultimo paziente che ho incontrato aveva voglia di fare un giro, siamo andati all’Abbazia di Chiaravalle e sui Navigli.
Non c’è nulla di programmato: a tutti dico che “se posso, lo faccio volentieri”.
Tengo un diario di quello che succede ai pazienti, delle cose che facciamo insieme, di quello che fanno loro e che mi comunicano, così mi ricordo quando devono sottoporsi alle terapie, i loro spostamenti e mando un messaggio per sapere come va. Lo faccio senza invadere: bisogna stare molto, molto, molto attenti a questo. Sto nel mio, faccio davvero quello che posso. Sono convinta di fare un po’ parte della loro cura.
C’è qualcosa che ti ha sorpreso in questa esperienza, che vuoi ricordare qui?
Mi sorprende sempre la forza, l’attaccamento che hanno alla vita. E i genitori, quando a essere colpiti dalla malattia sono i figli, dimostrano una forza incredibile. La mamma di un giovane paziente una volta mi ha preso a braccetto e ha detto “Rita, io piango la notte, non mi faccio vedere”.
Anche la paziente che purtroppo è mancata è rimasta qui a Milano perché fino all’ultimo confidava di poter guarire. Cucinava biscotti per tutti, anche le infermiere, e in ospedale dipingeva: faceva acquarelli bellissimi.
Ci vuole coraggio ad affrontare questa forma di assistenza, così vicina a malati e caregiver?
Quando mi sono proposta mi sono chiesta “Sarò in grado di sopportare tanto dolore?” Mi sono fatta mille domande, ma ho capito di potercela fare. Sono i pazienti stessi, i familiari che mi supportano, scrivendomi e dicendomi tante cose carine. E sono le persone di AIL Milano che hanno fatto davvero la differenza: mi sento in una bella rete, so che non cado.
Potrebbe essere ulteriormente ampliato questo servizio a tuo avviso?
C’è spazio per fare ancora di più. Bisogna essere capaci di ascoltare. E saper stare anche in silenzio. Ogni tanto mi capita anche di fare una battuta scherzosa, ma con molta attenzione, e non con tutti. Anche perché i malati, dopo la terapia, i primi 5 giorni sono molto abbattuti, stanno proprio male, bisogna saper fare attenzione. Ma esserci, secondo me, fa proprio bene. A tutti, anche a me.

