“Il contributo di AIL Milano mi ha consentito di vivere a New York per tutto il tempo della mio percorso formativo”

Lug 28, 2026 | Testimonianze

Intervista alla dottoressa Martina Pennisi, dirigente medico presso la Divisione di Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori.

Martina Pennisi lavora presso il reparto di degenza dedicato ai trapianti e alle terapie cellulari. Si occupa dell’organizzazione clinica dei percorsi diagnostico-terapeutici per i pazienti affetti da neoplasie ematologiche, con particolare focus sulle terapie con cellule CAR-T e sui trapianti di cellule staminali autologhe e allogeniche.

Si è specializzata in Ematologia nel 2018 presso l’Università degli Studi di Milano, e nel 2019–2020 ha lavorato come post-doc research fellow al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. È proprio durante questa esperienza a New York che ha beneficiato del sostegno di AIL Milano.

Com’è entrata AIL Milano nella sua vita professionale?

In Italia si era appena iniziato a lavorare con le cellule CAR-T, io stessa avevo partecipato ad alcuni studi presso l’Istituto dei Tumori di Milano, ma in Italia il trattamento non era stato ancora approvato. Nel 2019 mi è stato offerto di fare un’esperienza di lavoro all’estero con un assegno di ricerca dell’Università degli Studi di Milano con l’obiettivo di approfondire le mie competenze cliniche e la mia esperienza nell’ambito di questo tipo di terapia.
Sono partita per New York per fare questa esperienza al Memorial Sloan Kettering Cancer Center.
L’apporto di AIL Milano è stato fondamentale: ha integrato l’assegno di ricerca dell’Università con un contributo che mi ha consentito di vivere a New York per tutto il tempo della mia permanenza di studio. Se non ci fosse stato questo supporto non credo che sarei potuta partire.

Quanto è stata importante questa esperienza nel suo percorso?

Prima di tutto, in Italia non avevamo ancora iniziato a utilizzare queste terapie, mentre il Memorial Sloan Kettering Cancer Center era già uno dei centri più innovativi in questo ambito e aveva contribuito in modo determinante allo sviluppo della terapia con cellule CAR-T.
Qui era attivo Michel Sadelain, uno dei pionieri della ricerca sulle CAR-T, ed erano attivi da anni alcuni gruppi di lavoro su specifiche malattie ematologiche, molto prima che io arrivassi. Quindi ho maturato un’esperienza sia sul piano clinico, seppur indirettamente, sia sul piano della ricerca clinica in uno dei centri più all’avanguardia, conducendo alcuni studi e collaborando con altri ricercatori impegnati nell’analisi dei diversi aspetti del trattamento. Abbiamo pubblicato diversi lavori insieme.
Un altro grande vantaggio è stato poter osservare un numero di pazienti molto più elevato e, soprattutto, accedere a un patrimonio di dati clinici estremamente significativo.
Adesso possiamo contare anche qui su una casistica maggiore, anche grazie al contributo di AIL che ha sostenuto diversi studi italiani, ma all’epoca era tutto molto nuovo.

  1. Un post-doc research fellow (o assegnista/ricercatore post-dottorato) è un ricercatore che, dopo aver conseguito il dottorato di ricerca (PhD), svolge attività di ricerca scientifica avanzata presso un’università o un ente di ricerca.
  2. La terapia CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell) è un trattamento di immunoterapia personalizzata. Il meccanismo d’azione delle CAR-T si basa su un concetto semplice e rivoluzionario al tempo stesso: combattere i tumori “armando” il sistema immunitario del paziente in modo da indurre una potente risposta immunitaria capace di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Specifiche cellule immunitarie, i linfociti T, vengono prelevate dal sangue del paziente, modificate geneticamente e coltivate in laboratorio per essere poi reinfuse nel paziente stesso, pronte per attivare la risposta del sistema immunitario contro il tumore. La tecnologia CAR-T è stata sviluppata in diversi centri accademici degli Stati Uniti. 
  3. Michel Sadelain è un immunologo e ingegnere genetico pioniere nel campo dell’immunoterapia. È noto a livello mondiale per il suo ruolo fondamentale nello sviluppo e nell’ottimizzazione della terapia con cellule CAR-T.

Dal punto di vista personale, questa esperienza ha cambiato la mia carriera, ho potuto portare a termine diverse pubblicazioni in qualità di primo autore, secondo autore e co-autore, anche perché tanti progetti si sono ultimati anche dopo il mio rientro in Italia. Ha contribuito in modo determinante alla crescita del mio profilo scientifico.

Grazie anche al supporto di AIL Milano, ha potuto riportare a Milano competenze e conoscenze avanzate maturate negli Stati Uniti. Come sono state valorizzate al suo rientro?

Abbiamo applicato le mie nuove conoscenze nella clinica e nell’ambito di altri progetti. Sono rimasta in contatto con alcune strutture americane con cui abbiamo condotto studi in partnership, costruendo relazioni che stanno continuando anche dopo la conclusione del mio percorso, molto stimolanti, costruttive e utili anche a livello di consulto, avendo loro una grande esperienza nel trattamento dei pazienti oncoematologici.

In sintesi, come definirebbe il contributo di AIL Milano alla ricerca scientifica?

AIL Milano ha sostenuto e continua a sostenere giovani ricercatori che svolgono esperienze di studio e formazione professionale all’estero presso centri di eccellenza, consentendo loro di acquisire competenze e conoscenze da riportare e condividere anche nel nostro Paese. Definirei AIL Milano un vero e proprio ‘acceleratore’, capace di valorizzare i ricercatori sia sul piano clinico sia su quello scientifico, rendendo possibili percorsi formativi di grande rilievo che possono incidere profondamente sulla crescita professionale. Allo stesso tempo, favorisce uno scambio virtuoso tra studiosi e contribuisce a far crescere una conoscenza che non conosce confini.

Ragionando per i prossimi anni, visto che il cinquantesimo di AIL Milano è solo un nuovo inizio, cosa potrebbe fare ancora AIL Milano, a suo avviso, per la ricerca e per i giovani ricercatori?

Penso che potrebbe provare a supportare il lavoro di ricercatori che si propongono singolarmente, che hanno buoni progetti o vogliono fare un’esperienza all’estero, senza però, necessariamente, che facciano già parte di realtà/Istituzioni in ambito medico.
C’è sempre bisogno di idee innovative e i giovani ricercatori devono essere messi nelle condizioni di svilupparle. AIL Milano può continuare a svolgere un ruolo fondamentale nell’individuare e sostenere questi talenti, contribuendo alla crescita della ricerca e della medicina del futuro.

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