Il valore dell’impegno di AIL Milano Monza Brianza raccontato dall’accompagnatore Paolo Matteucci.
Cosa significa, per un malato ematologico, affrontare gli spostamenti in città per ricevere le cure?
E cosa comporta farlo quando non si conosce Milano, arrivando da lontano, come accade a molti pazienti in ambito onco-ematologico?
Ci sono giorni in cui sembra un traguardo insormontabile: tutto è faticoso, doloroso, pesantissimo, anche solo sollevare una mano. Giorni in cui si è talmente fragili che persino un lieve raffreddore potrebbe rappresentare un rischio importante, e nei quali è comunque necessario recarsi in ospedale per le terapie e i controlli.
In quei momenti, ancora di più – ma vale anche nelle giornate migliori- avere accanto una persona di AIL Milano fidata, che sa come muoversi e si mette a disposizione rispettano i tempi e i ritmi di chi è malato, accompagnando dalla casa o dalla residenza AIL all’ospedale di riferimento restando poi ad aspettare per il ritorno, rappresenta un sostegno di grande valore per persone già profondamente provate.
Ne abbiamo parlato con Paolo Matteucci, uno dei tre accompagnatori AIL Milano a servizio dei malati ematologici tutto l’anno dal 2013. Con lui abbiamo fatto il punto sulle sue attività e, in particolare, su ciò che ha vissuto nel 2025.
Paolo Matteucci non è un autista.
Ha oltre 20 anni di esperienza come educatore e, dal 2018, accompagna i pazienti affetti da tumore del sangue per il servizio “AIL Accoglie. Un passaggio per chi è in cura”. In questi anni, percorrendo migliaia di chilometri tra Milano e l’hinterland, ha incontrato centinaia di persone che, in modi diversi, gli hanno lasciato un segno, a volte profondo, a volte più leggero, ma sempre prezioso. Un valore insostituibile che rende speciale il suo lavoro.
“Accompagnare per voi significa accogliere”
Il nostro servizio fa parte della presa in carico globale del paziente che offre AIL Milano. Non significa solo accompagnare un malato da un luogo a un altro: dentro questo viaggio c’è un mondo densissimo, a volte anche molto difficile da sostenere. È il mio modo di vivere questa esperienza. Prima di tutto cerco di far stare bene l’altro, accogliendo, ascoltando e, a volte, restando anche in silenzio.
Com’è stato questo anno? Com’è andata rispetto ad altri anni?
Ogni anno ha le sue storie, che finiscono quasi sempre bene. Purtroppo, nel 2025 abbiamo perso due pazienti: ho vissuto due lutti forti, che mi hanno colpito profondamente.
Uno era un ragazzo di trent’anni, l’altra una signora di mezza età. Abbiamo fatto molti viaggi insieme (ogni accompagnatore AIL Milano segue gli stessi pazienti). Nel giro di 15 giorni sono mancati entrambi ed è stato molto difficile.
Lavoro con AIL Milano da 7 anni e non ci si abitua al dolore. Poi passa il tempo e si deve andare avanti, anche perché arriva un’altra persona che ha bisogno di sostegno.
Queste due persone erano di Milano o venivano da altre parti d’Italia?
Il ragazzo arrivava da Verona ed era alloggiato in una Casa AIL, la signora era siciliana. In realtà, la maggior parte delle persone che accompagno non vive a Milano: molti arrivano da Sicilia, Calabria e Puglia.
Chi viene da lontano ha preoccupazioni diverse?
All’inizio serve tempo per conoscersi, poi si parla più facilmente. Io mi metto sempre in ascolto. Ci sono persone curiose, che chiedono anche della città: Milano per molti rimane un mito. Grazie ad AIL Milano ricevono un’accoglienza che spesso supera le loro aspettative: casa, trasporto, supporto psicologico, tutto gratuitamente. Questo si associa all’idea di una città efficiente. Io arrivo sempre puntuale e alcuni ne restano davvero colpiti.
Poi ci sono i timori di chi arriva da piccoli paesi: si stupiscono per il traffico, i semafori, il rumore, anche per quello che leggono sui giornali.
Cosa si aspettano da te?
A volte mi chiedono indicazioni mediche ma, ovviamente, non posso darle. Consiglio sempre di costruire un rapporto di fiducia con chi li cura. Molti hanno fretta di sapere e di tornare a casa: capita spesso di parlare dell’importanza della pazienza nel percorso di cura.
Ci sono persone che non parlano, altre vogliono affrontare temi diversi, come la politica. Spesso racconto di Milano, della mia infanzia, dei luoghi che frequentavo. Quando me lo chiedono suggerisco anche qualche posto da visitare. Se è un figlio a essere malato i familiari non hanno voglia di niente: è un dolore enorme, difficile da immaginare.
Ti capita di non sapere cosa dire?
Spesso. In quel caso scelgo il silenzio. Se la persona non sta tanto bene cerco di rispettare il momento. A volte una battuta può servire a distendersi, ma solo quando c’è già una certa confidenza.
Serve conoscere bene le persone
L’ho imparato con gli anni, ogni persona è diversa. C’è chi si apre subito, fin dall’inizio vorrebbe abbracciarti e si crea un legame forte, cosa che accade spesso. Con altri serve più tempo: preferiscono stare tranquilli e io mi adeguo. A me piace stare con le persone e cerco sempre di dare il meglio.
Qualcuno o qualcosa in particolare che vuoi ricordare di quest’anno?
Le persone che sono mancate: il loro ricordo resta bellissimo. Un altro evento importante del 2025 per me è stata l’apertura della Residenza AIL di Vimodrone: spero che possano nascerne altre perché funziona. Le persone vivono gli spazi comuni, socializzano. Un ospite, un accompagnatore, mi ha raccontato che è uscito insieme ad altri a mangiare la pizza. Io seguo i pazienti alloggiati nella Residenza di Vimodrone e li vedo contenti della Casa.
Tre parole per definire questo tuo anno di lavoro?
Direi faticoso, a livello fisico e mentale.
Emozionante, perché vivi emozioni molto forti: a volte piangi, anche di gioia, quando un malato dice di essere guarito e che può tornare a casa. Io piango e non me ne vergogno.
La terza parola è speranza, che in AIL Milano non manca mai.
Cosa dovrebbero sapere i sostenitori del servizio? Perché dovrebbero continuare a donare?
Perché è fondamentale dal punto di vista economico: alcuni pazienti devono essere accompagnati ogni giorno per lunghi periodi e non possono usare mezzi pubblici. Le spese sarebbero altissime. Ma c’è anche l’aspetto umano: si trovano una persona felice di vederli e, con il tempo, si crea un rapporto che spesso somiglia all’amicizia.
Si sentono anche sicuri, protetti. Io so come comportarmi, quando usare la mascherina, so quanto possono essere fragili.
Alcuni sono soli e chiedono di bere un caffè insieme, di mangiare una pizza, fare una chiacchiera.
Quindi, in sintesi, l’accompagnamento è molto di più.
È un rapporto umano anche profondo, che può durare mesi, anni.
Accompagno persone anche da 5 anni, alcune si sono laureate, altre sposate. Altri ancora tornano a casa in posti bellissimi e mi invitano a trovarli.
Essere parte di questa Associazione mi rende orgoglioso. Con il tempo ho capito di fare qualcosa davvero di utile.
Ognuno in AIL Milano fa la sua parte e i risultati si vedono: ogni anno tante persone usufruiscono dei servizi che offriamo. È una goccia nell’oceano di ciò che servirebbe fare, ma è già tantissimo. Spero che tante altre cose belle possano succedere negli anni, e che AIL Milano possa continuare a crescere ancora.

