L’idea di sfruttare il sistema immunitario, armato a dovere, per combattere le cellule malate non è una prerogativa dell’oncologia. Se i trattamenti a base di CAR-T ad oggi hanno dato i risultati più promettenti nella lotta al cancro – e quelli approvati sono infatti indicati per alcuni tipi di tumori ematologici particolarmente aggressivi e resistenti ad altre terapie – c’è chi immagina un possibile impiego anche in altri campi della medicina. Per esempio per il trattamento delle malattie autoimmuni, come il lupus, una patologia cronica in cui il sistema immunitario scatena attacchi verso i tessuti del proprio organismo. All’impiego di CAR-T contro il lupus è dedicato uno studio pubblicato sulle pagine di Science Translational Medicine, che ha mostrato, nei topi, come la strategia di armare i linfociti possa essere efficace nel migliorare e contrastare i sintomi della malattia. La ricerca è stata finanziata dalla Lupus Research Alliance.

Lupus: combattere il sistema immunitario “impazzito”

Il lupus (LES, lupus eritematoso sistemico) è una patologia che interessa tanti e diversi organi, dalla pelle, alle articolazioni, ai reni, con manifestazioni diverse da persona a persona. Colpisce di più le donne (9 su 10 pazienti sono di sesso femminile), ma non sono chiare le cause alla base della malattia: c’entrano la predisposizione genetica e i fattori ambientali, quali infezioni, esposizioni solari o alcuni medicinali. Se non è chiaro cosa scateni la patologia, è ben noto invece cosa accade nei pazienti colpiti: il sistema immunitario “impazzito” attacca gli organi e i tessuti del proprio corpo. A svolgere un ruolo di primo piano nella malattia sono i linfociti B: producono gli auto-anticorpi che attaccano i tessuti dell’organismo e aiutano ad attivare altri componenti del sistema immunitario, contribuendo a peggiorare le risposte infiammatorie tipiche della malattia. È questo il motivo per cui, ricordano i ricercatori, diverse strategie terapeutiche mirano a spegnere il lupus colpendo i linfociti B, cercando di inattivarli o ridurli. Con risultati variabili: per esempio rituximab, un anticorpo monoclonale diretto contro una proteina di superficie delle cellule B (CD20), usato in ambito oncologico e per alcune malattie autoimmuni, non ha dato per il lupus i risultati sperati. L’idea dei ricercatori guidati da Marko Radic dello University of Tennessee Health Science Center di Memphis è stata quella di cercare un modo diverso per spegnere l’attività dei linfociti B.

CAR-T contro il lupus nei topi

Il principio di base non è diverso da quello utilizzato nelle terapie a base CAR-T contro i tumori: si modificano in laboratorio i linfociti T, così che diventino più abili a intercettare e colpire un bersaglio (le cellule da eliminare). Per farlo sui linfociti T viene montata una molecola che non esiste in natura: un recettore chimerico. In questo caso il bersaglio da colpire è una molecola espressa sui linfociti B, il CD19 (la stessa contro cui sono dirette le terapie CAR-T approvate). I ricercatori hanno quindi somministrato queste cellule ingegnerizzate ad alcuni topi, usati come modello animale del lupus e hanno osservato significativi miglioramenti. In particolare, dopo l’infusione di linfociti, la malattia procedeva più lentamente: con la diminuzione dei linfociti B la produzione di anticorpi si arrestava e i sintomi e le manifestazioni si attenuavano, con riduzione del danno d’organo e del carico infiammatorio tipico della patologia. Ma non solo: i topi trattati con le cellule CAR-T (che si mantenevano negli animali fino a un anno) vivevano più a lungo degli animali che non avevano ricevuto la terapia sperimentale. E ancora: tramite trapianti di cellule (ora linfociti B, ora T), in topi che avevano o no ricevuto il trattamento, i ricercatori hanno dimostrato che i linfociti T modificati in laboratorio sono vitali e funzionano a lungo.

Nuovi scenari

Quanto osservato, concludono gli autori, mostra il potenziale di CAR-T nel trattamento delle malattie autoimmuni, da indagare ulteriormente in sperimentazioni cliniche. Ma si parla, appunto di potenziale: i risultati ottenuti riguardano un modello murino di malattia, andranno replicati e le terapie a base di CAR-T non sono prive di rischi, tra cui quello di immunosoppressione e massiccio rilascio di citochine. “I nostri dati – scrivono gli autori – incoraggiano l’avvio di sperimentazioni con cellule CAR-T dirette contro l’antigene CD19 nei pazienti con lupus più difficili da trattare”, che possano magari superare le attuali limitazioni nell’utilizzo degli anticorpi monoclonali.

Fonte: Repubblica

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