Mentre in Italia si attende la fine delle procedure di autorizzazione e contrattazione del prezzo per l’arrivo delle prime terapie a base di CAR-T, la ricerca sulle cellule “armate” continua. Principalmente seguendo due filoni nel campo dell’oncologia: da una parte clinici e scienziati stanno cercando di capire se e come estendere il trattamento anche nel campo dei tumori solidi, dall’altra cercando di comprendere che tipo di impiego potrebbe trovare ancora CAR-T nei tumori ematologici, lì dove per primo ha mostrato il loro potenziale. Tra questi una fetta importante della ricerca è dedicata al mieloma multiplo, una patologia che colpisce le plasmacellule, cellule del sistema immunitario che aiutano a combattere le infezioni mediante la produzione di anticorpi. Le ricerche in alcuni casi sembrano essere così promettenti da aver ricevuto da parte dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) la PRIME designation, ovvero l’inserimento in uno schema per la valutazione accelerata di prodotti farmacologici per bisogni medici insoddisfatti.

Così è stato nei mesi scorsi per la terapia sperimentale LCAR-B38M (o JNJ-68284528, a seconda che ci si riferisca al prodotto studiato in Cina o negli Usa e in Europa), un trattamento a base di cellule CAR-T contro il mieloma multiplo, nei casi di malattia recidivata o refrattaria ai trattamenti. Il bersaglio colpito da queste cellule è una proteina espressa sulla superficie delle plasmacellule, l’antigene BCMA (B-cell maturation antigen, l’antigene di maturazione delle cellule B). La designazione PRIME da parte dell’EMA è arrivata sulla base dei risultati provenienti da due sperimentazioni (LEGEND-2 e CARTITUDE-1). Parte di questi risultati – quelli che arrivano dallo studio LEGEND-2 – erano stati presentati all’ultimo congresso dell’American Society of Hematology (Ash) e mostravano come le CAR-T dirette contro BCMA erano in grado di indurre risposte, in alcuni casi complete, nella maggior parte dei pazienti.

Parte dei dati estrapolati dallo studio sono anche stati pubblicati su Pnas, confermavano le problematiche relative all’insorgenza di effetti collaterali (un paziente è deceduto in seguito all’infusione) e identificavano alcuni potenziali fattori in grado di influenzare l’efficacia della terapia. Per esempio, i pazienti che si erano sottoposti in precedenza a trapianto autologo di staminali ematopoietiche avevano risposte più durature. Al contrario, la presenza di anticorpi diretti verso il recettore chimerico (CAR) costituiva un fattore di rischio per la progressione o le ricadute della malattia. Dello studio CARTITUDE-1, come scrive la stessa azienda sviluppatrice e come figura su ClinicalTrial.gov non sono ancora stati resi noti i risultati (la sperimentazione è ancora aperta).

Accanto a LAR-B38M sono decine e decine le sperimentazioni per CAR-T contro il mieloma multiplo portate avanti da altre aziende sponsor. Molte (come nel caso di bb2121 e JCARH125), mirano a colpire lo stesso antigene espresso sulla superficie delle plasmacellule, l’antigene BCMA. Ma questo non è l’unico bersaglio della tecnologia CAR-T contro il mieloma multiplo. Alcune sperimentazioni, parte della sfida europea nello sviluppo e studio di CAR-T, utilizzano bersagli diversi contro il mieloma multiplo (come CD44v6 e SLAMF7), e anche dalla ricerca preclinica arrivano altri possibili candidati nella lotta al tumore.

Fonte: Repubblica

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