L’emergenza COVID-19 e la gestione dei malati onco-ematologici, una realtà con cui il mondo scientifico ha dovuto e deve fare i conti.

A cura della Dottoressa Martina Pennisi

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato COVID-19, la malattia da Coronavirus SARS-CoV-2, una pandemia che pone a rischio la popolazione globale e soprattutto le sue fasce più deboli.

I pazienti onco-ematologici sono particolarmente a rischio di infezioni virali, a causa dell’immunosoppressione indotta dai trattamenti chemioterapici e immunomodulanti cui sono sottoposti. Per questa ragione, i malati onco-ematologici, e gli operatori sanitari che li hanno in carico, mantengono una soglia di attenzione elevata per il rischio di infezioni ricorrendo al frequente e meticoloso lavaggio di mani e alimenti e all’utilizzo di mascherine. Uno studio cinese pubblicato su Leukemia (He W et al, 24/04/2020) ha riportato in pazienti onco-ematologici già ospedalizzati un tasso di malattia COVID-19 simile a quello del relativo gruppo di controllo, ovvero i dipendenti della stessa struttura ospedaliera [10% (13/128) vs. 7% (16/226); p 0.322]. Tuttavia, il tasso di mortalità è risultato decisamente superiore nei pazienti onco-ematologici (62% vs. 0; p 0.002), per maggiore necessità di supporto ventilatorio, aumentato rischio di sovrainfezioni batteriche, fungine e virali, e di complicanze d’organo gravi. Analogamente, uno studio di popolazione italiano pubblicato su JAMA (Onder G, Rezza G, Brusaferro F, 23/03/2020), ha riportato che circa il 20.3% dei pazienti deceduti dopo aver contratto COVID-19 avevano una patologia oncologica attiva. In futuro, studi di maggiori dimensioni metteranno in luce i fattori di rischio più specifici per malattia COVID-19 grave nell’ambito della vasta categoria delle patologie oncologiche, ad oggi non ancora noti.

A causa dell’elevato rischio di infezioni gravi, e in assenza di un trattamento efficace, la terapia oncologica in generale ha subito un profondo cambiamento negli ultimi due mesi.

I reparti di ematologia devono prendere decisioni complesse per somministrare terapie efficaci, minimizzando il rischio di un’infezione potenzialmente fatale causata dello stato di immunodepressione legato al trattamento stesso [“primum non nocere”]. Spesso queste decisioni mancano, però, di adeguata evidenza scientifica a causa del così recente esordio di questa pandemia. La scelta delle opzioni terapeutiche verte su trattamenti a minor impatto immunosoppressivo e con minore necessità di accesso ospedaliero, per ridurre il rischio di esposizione al virus e la durata e profondità del periodo di immunosoppressione post-terapia. Ancora più oculata e basata su un complesso bilancio di rischi e benefici, è la selezione dei pazienti candidati a trapianto di cellule staminali ematopoietiche o a infusione di cellule CAR-T. Tali procedure sono caratterizzate da elevato rischio infettivo e ricoveri prolungati. Le complicanze ad esse associate possono essere anche gravi e richiedere un trasferimento in terapia intensiva, il quale, però, spesso non può essere garantito a causa del sovraccarico secondario all’emergenza COVID-19. In diverse circostanze si decide di posticipare tali procedure. Inoltre, numerosi protocolli clinici sperimentali di terapia oncologica sono stati sospesi per minimizzare i rischi legati alla sicurezza e ai possibili effetti collaterali inattesi, sebbene tali sperimentazioni costituiscano le uniche opzioni terapeutiche per alcuni malati recidivati o refrattari.

Per i pazienti che richiedono un trattamento immediato, la Società Italiana di Ematologia (SIE) e il Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo (GITMO), in linee con le società internazionali di ematologia e terapie cellulari, raccomandano estrema prudenza e interventi tempestivi: tutti i pazienti devono essere testati per SARS-CoV-2 prima di un ricovero ospedaliero; per i pazienti ambulatoriali con sospetto di infezione delle vie respiratorie, deve essere eseguito lo screening alla comparsa di sintomi caratteristici di COVID-19 (febbre, rinorrea, odinofagia, tosse, dispnea, osteo-artro-mialgie, ecc..), e devono essere istituiti percorsi separati con adeguato isolamento e dispositivi di protezione, al fine di ridurre il rischio di contaminazione dei percorsi dedicati ai pazienti non infetti e più a rischio.

Tutto questo mentre la comunità scientifica italiana e internazionale ha attivato più di 600 protocolli clinici interventistici nella speranza di trovare terapie efficaci per la cura di COVID-19, e un vaccino che possa indurre immunità nel resto della popolazione, così da poter salvaguardare anche quei soggetti fragili per i quali i vaccini spesso non sono una soluzione.

Martina Pennisi, MD

Assegnista di Ricerca del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano presso Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Research Fellow presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York con il supporto di AIL Milano e dell’American-Italian Cancer Foundation

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