Nella mia esperienza clinica mi sono ritrovata diverse volte a lavorare con coppie di genitori che richiedevano il mio aiuto per aiutarli a riscrivere il copione sulla loro malattia da condividere con i loro bambini. Perché è così difficile dire la verità ai nostri bambini? Perché scegliamo versioni alternative? Perché la verità di cui parliamo qui, è dolorosa e implica il delinearsi di una situazione complessa e difficile da affrontare per chi ne è titolare. Una persona con una diagnosi oncoematologica si ritrova a fare i conti con paure, angosce, negazioni, lunghe assenze da casa per periodi di degenza ospedaliera, cambi di ritmi e routine, cambi di ruoli. Si va incontro ad un cambiamento imposto che spesso si configura dentro un quadro non chiaro e comprensibile per chi lo affronta e, di conseguenza, possibili domande e/o sentimenti espressi dai bambini potrebbero mettere in difficoltà.
Ma ciò che sento di aver appreso come elemento ostativo alla versione reale dei fatti è l’intollerabilità vissuta dagli adulti nei confronti del dolore sentito ed espresso dai bambini.
Dal mio osservatorio mi è stato possibile cogliere questo aspetto e utilizzarlo come oggetto di lavoro per riflettere insieme ai genitori sulla Responsabilità che sentono di avere nei confronti della sofferenza dei loro bambini e soprattutto in che modo questo li spinge a scegliere una versione alternativa della verità; meno dolorosa, meno chiara. La Responsabilità. Si, lo scrivo con la lettera maiuscola proprio per accentuare il forte impegno che ogni genitore sente di aver pattuito con i propri bambini in termini di tutela dal dolore.
Ci si assume dunque la responsabilità dei nostri figli, scegliendo per loro cosa è giusto e/o sbagliato che sappiano e negando loro una sofferenza giusta, naturale, funzionale al processo di crescita.

Mi ritrovo spesso a lavorare con coppie di genitori che sentono la necessità di dire ai loro bambini mezze verità o bugie perché sono consapevoli del portato emotivo dei concetti che dovrebbero condividere e non se la sentono di dare loro un dolore così grande. Colpevoli di essersi ammalati e responsabili del dolore sordo dei propri bambini, i genitori si avventurano in un sentiero irto di spine. Dire bugie significa illudere e non dare ai bambini gli strumenti necessari per comprendere che cosa sta accadendo alla loro mamma o al loro papà e, soprattutto, significa aumentare il rischio di incertezza, ansia, paura e paranoia.
La bugia del genitore potrebbe condurre il bambino ad attribuirsi la responsabilità di dare una risposta a quel vuoto costituito dai lunghi periodi di assenza della mamma o del papà, dai cambiamenti fisici dettati dalle cure e di darsi delle spiegazioni talvolta irrealistiche e autocolpevolizzanti. Scegliere versioni alternative della realtà rischia solo di creare le condizioni ideali per la creazione di un labirinto senza uscita lasciando nei bambini cicatrici indelebili con le quali saranno prima o poi obbligati a fare i conti.

Tutelare significa accompagnare in modo robusto alla sofferenza, validarla, dare risposte quando sentiamo di poterle dare e non avere timore di dire “non lo so” quando effettivamente è “non lo so”.
I nostri figli hanno il diritto di soffrire per la propria mamma o per il proprio papà, non scegliamo per loro, non tuteliamoli da una dimensione di esistenza fisiologica e indispensabile a diventare grandi. Può essere un percorso difficile da fare perché si aggiunge alla fatica di accogliere il momento, di fissarsi appuntamenti con il dolore fisico ed emotivo, di sottoporsi ad un cambiamento non gradito e non richiesto.

Possiamo farci accompagnare per trovare le parole giuste e i modi adeguati alle varie fasi di sviluppo dei bambini e, soprattutto farci guidare dentro il mondo emotivo con cui siamo in contatto e che ci porta a nascondere loro la verità, o forse la nascondiamo a noi stessi. Forse dire ai nostri bambini che la mamma o il papà ha una malattia oncoematologica, per l’amore che loro vogliamo, vuol dire accettare la malattia. Se loro sanno, allora è reale. E questo può fare molta paura.

Non ho qui lo spazio necessario ad una riflessione più ampia sul tema ma AIL Milano Monza Brianza ha psicologi esperti nel settore con cui condividere questi aspetti.

 

Ci tengo, però, a lasciare qui un breve specchietto che spero possa servire da guida:
  1. Aver chiaro quello di cui si parla: non vuole dire sapere esattamente come andranno le cose ma aver fatto pace con ciò che la situazione vissuta fa emergere di se stessi.
  2. Usare parole adatte all’età dei bambini: in età prescolare i bambini riescono a riconoscere qualche emozione ma il pensiero è ancora molto concreto. Prendiamo in prestito i riferimenti che loro conoscono.
  3. Avvaliamoci di strumenti come album illustrati come ad esempio papà uovo o mamma uovo, o cartoni animati come la serie di “Esplorando il corpo umano”, la puntata sul midollo osseo. Hanno il grande potere di spiegare in modo semplice questioni complesse.
  4. Lasciamo loro uno spazio per esprimere e condividere con noi l’immagine che si sono fatti della situazione lasciando anche uno spazio per farci domande.
  5. Mettiamoci a disposizione anche quando la risposta è “non lo so”.
  6. Condividiamo con loro le nostre emozioni come:  “Anche io ho paura”

 

Progetto sostenuto con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese 

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