Paolo Matteucci accompagna tutti i giorni i pazienti affetti da tumore del sangue per il servizio “AIL Accoglie. Un passaggio per chi è in cura” di AIL Milano. In questa intervista racconta il suo ruolo, il legame che instaura con i pazienti e il dolore e la felicità che scandiscono le sue giornate.


Domanda: Buongiorno Paolo. Raccontaci chi sei.

Risposta: Mi chiamo Paolo Matteucci ho 53 anni e vivo da sempre a Milano. Sono educatore e ho un’esperienza di 20 anni in campo educativo come operatore sociale a contatto con i minori.

D: Qual è il tuo ruolo in AIL Milano?
R: Dal 2018 accompagno i pazienti affetti da tumore del sangue per il servizio “AIL Accoglie. Un passaggio per chi è in cura” di AIL Milano. Mi coordino con Claudio, l’altro accompagnatore di AIL Milano, per organizzare e ottimizzare i tragitti quotidiani affinché i pazienti arrivino in orario alle loro terapie.

D: Che tipo di rapporto si instaura con i pazienti?
R: È un’attività per la quale è necessario adottare una particolare attenzione all’utente, situazione che ho già incontrato nelle mie precedenti esperienze. Mi spiego meglio: ho sempre pensato che se vuoi entrare in comunicazione con qualcuno devi “sentire” l’altra persona, sintonizzarti sulla stessa lunghezza d’onda. Per questo, da quando lavoro con i pazienti oncoematologici, cerco sempre di avere un approccio empatico. Questo perché le persone sono veramente ciascuna un mondo diverso; ognuno porta con sé la propria storia, il proprio dramma e naturalmente bisogna cercare di capirle. C’è il paziente più silenzioso, che non parla. E devi sapere rispettare questo suo silenzio. Mentre invece c’è chi vuole subito interagire, capire come funziona il servizio e porre domande su Milano, una città che spesso non conoscono, molto diversa dai contesti da cui provengono, che richiede un periodo di adattamento. La dimensione della città, i suoi rumori, per alcuni sono motivi di sofferenza. E comprendi quanto non solo il nostro ruolo di accompagnatore, ma più in generale quello di AIL Milano sia fondamentale per loro, rappresenta un punto di approdo. È un’organizzazione che permette non solo di sperare e di guarire, ma anche di dare loro un futuro.
Il tragitto dal domicilio all’ospedale, quindi, diventa un momento di grande confidenza e scambio con i pazienti. Emerge un’umanità molto profonda alla quale devi saper rispondere coi toni e con le parole giuste, infondendo speranza e dolcezza. A volte è importanti distrarli, parlando di altri argomenti rispetto alla malattia. Non sempre ci si riesce, ovviamente. Però il viaggio può servire anche a rasserenare. È la parte più delicata di questo lavoro, ed è anche la più gratificante per me che la vivo.

D: C’è qualche episodio che ricordi con piacere?
Mi viene in mente un ingegnere siciliano che spesso mi dice: “È più importante il viaggio che faccio con voi autisti, che mi fate stare così bene, piuttosto che le terapie che sto facendo in ospedale”. Naturalmente è una provocazione, però rappresenta la bellezza degli incontri umani, che poi è quello che ci rimane di questo mondo. L’incontro, lo sguardo, capire i problemi dell’altro, essere discreti, ma nello stesso tempo anche incisivi, dare speranza e forza, tirarli su di morale quando ti accorgi che le terapie sono molto forti. In questi casi, quando sono fisicamente e mentalmente deboli, quello che puoi fare è cercare di dare un po’ di energia.
Un’altra situazione che mi colpisce sempre riguarda i pazienti che arrivano a Milano per le cure e che, una volta concluso l’iter terapeutico, quindi anche dopo mesi o anni, decidono di trasferirsi qui perché ormai si sono adattati alla vita della città al punto di non tornare più a casa. Trovano lavoro e ricongiungono qui la famiglia.

D: I rapporti con i pazienti e i familiari proseguono anche oltre il termine delle terapie?
R: Sì, può capitare con le persone con cui c’è stato un bel rapporto. La frequentazione quotidiana ti fa vivere con loro il dramma, la fatica e il desiderio di arrivare alla fine dell’iter terapeutico. Hai pianto con loro, ma sei riuscito anche a strappare tanti sorrisi. È conseguenza dell’empatia che nasce con i pazienti, di cui ho parlato prima.

D: E testimonia che il vostro ruolo va oltre quello del semplice “autista”.
R: Esattamente. Non puoi essere solo un autista. Non è possibile, non riusciresti a reggere. Tu devi scontrarti con la vita e con la morte. Non c’è niente da fare. Questa è la storia. Quindi ci sono giornate molto difficili, in cui arrivi a casa stremato. Però ci sono giornate anche bellissime, quando una persona guarisce. È una gioia che non si può misurare. E per fortuna succede spesso.

 

AMGEN contribuisce a sostenere il progetto “AIL Accoglie. Un passaggio per chi è in cura”

 

 

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