Mi chiamo Erica, sono nata e cresciuta a Reggio Emilia e ho 22 anni.

Frequentavo l’Università di Lingue e Letterature Straniere a Bologna, questo fino a luglio 2010 quando sono stata ricoverata all’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.

Dopo un paio di mesi passati a sperare in una diagnosi che non arrivava mai, sono andata a fare un consulto al San Raffaele di Milano dove mi hanno diagnosticato la mielodisplasia. Mi hanno comunicato che avevo bisogno di un trapianto di midollo osseo. Questo avrebbe comportato il dovermi trasferire a Milano, non solo per tutto il tempo del ricovero, ma anche per quello della convalescenza.

Quel giorno di settembre ha avuto inizio un lungo viaggio che ancora oggi non è finito. Trasferirsi, traslocare, cambiare casa e vita… Il più delle volte è elettrizzante, quasi liberatorio.

Inutile dire che non era questo il caso. Milano non è mai stata fra le mie città preferite, anche se poi mi sono ricreduta, ma il vero problema era trovare una sistemazione conveniente vicina all’ospedale.

Dopo settimane di ricerca abbiamo constatato che pressoché tutti gli alloggi nelle vicinanze erano decisamente fuori dalla nostra portata. Se devo essere sincera mi ero già immaginata sotto un ponte! Fortunatamente il giorno stesso in cui sono entrata dentro a quella stanza d’ospedale che mi ha visto per un bel po’ sua ospite, ci ha chiamato l’AIL dicendoci che si era liberato un appartamento, che se lo volevamo era pronto anche subito e che era completamente gratuito.

E per completamente gratuito intendo che non solo non ci veniva richiesto l’affitto, ma nemmeno di sostenere spese quali bollette, manutenzione o spese condominiali.

Io vidi l’appartamento per la prima volta il giorno della mia dimissione. Conservo un ricordo molto vivido di quel giorno. Dopo aver passato più di un mese in una piccola stanza senza poter uscire, venni catapultata improvvisamente nella realtà milanese. Tutte quelle persone che si muovevano così in fretta e quegli spazi enormi, mi procuraronoun forte mal di testa e un senso di spaesamento.

Era come se non riuscissi a frenare il caos che vedevo e sentivo all’esterno. Mi era entrato nella testa e teneva in ostaggio tutti i miei pensieri. Poi finalmente arrivai nel posto che non temo di definire casa: un appartamentino in via Gustavo Modena decisamente più grande e confortevole del bozzolo a cui mi ero abituata. Una volta chiusa la porta alle mie spalle, anche tutto il caos che mi aveva preso alla sprovvista e si era insinuato nella mia mente, scomparve.

Da allora sono passati tanti mesi, fra notizie positive e altre decisamente tragiche, fra pianti di rabbia e risate liberatorie, con il caos ancora lì, pronto ad attendere fuori dalla porta. Ma se si ha un luogo sicuro che si può chiamare casa, tutto questo caos che ci circonda fa decisamente meno paura.

Erica

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