Il signor Luigi è senza dubbio una persona speciale. Capelli bianchi, grandi occhi azzurri e sguardo intenso, da diversi anni ormai (lui ne ha 72) accoglie le nuove famiglie che arrivano ospiti di AIL nei nove appartamenti sparsi in città. L’incontro con AIL è stato casuale. A quell’epoca il figlio del signor Luigi lavorava come infermiere in un reparto di ematologia cittadino.

«Un giorno – racconta – mi telefona spiegandomi che un bambino di 12 anni, da poco operato, sta per essere dimesso, quindi c’è bisogno di un intervento di pulizia in uno degli appartamenti  dell’Associazione. Io ero titolare di un’impresa di pulizie e, non sapendo come operasse AIL, mi sono attenuto a quella che era la mia tariffa commerciale. In seguito, mi hanno richiamato per un altro alloggio e, da quella volta, ho deciso di ridurre il mio compenso: è stato un modo per cominciare a dare un mio piccolo contributo. Oggi mi occupo di tutti gli appartamenti, li tengo puliti, ritiro le chiavi di chi torna a casa e le consegno ai nuovi ospiti. Faccio anche piccole riparazioni e organizzo lavori di imbiancatura.»

Garantire l’igiene completa di ogni alloggio è un lavoro a tempo pieno: tutta la biancheria deve essere continuamente sostituita, lavata e sterilizzata, poi ripiegata nei sacchi sigillati.
I mobili vengono sempre disinfettati. Poi, naturalmente, c’è il rapporto di relazione, confidenza e fiducia con chi vive, anche solo per un periodo limitato, in queste case. È un rapporto che cresce, giorno dopo giorno. Dovendo seguire queste famiglie in ogni necessità quotidiana, è inevitabile diventare, a
poco a poco, il loro più importante punto di riferimento, la prima persona cui chiedere un aiuto o un consiglio. «Si tratta di un legame bellissimo e allo stesso tempo molto triste: questi pazienti in cura – spiega il signor Luigi – potrebbero essere miei figli o miei nipoti; sapere che il futuro che hanno davanti potrà essere incerto e faticoso mi fa paura. A volte è difficile trovare le parole giuste. Perché non ci sono parole giuste. Sono particolarmente sensibile a questo problema, avendo perso un fratello con la stessa malattia».

Indubbiamente, questa meticolosa attenzione verso i pazienti va molto al di là del compito istituzionale che l’Associazione ha affidato al signor Luigi. L’estrema cura che dedica alle
case e alle persone che vi abitano, l’impegno e la carica umana che accompagnano ogni suo più piccolo intervento, l’essere disponibile – ogni giorno della settimana a qualsiasi ora – per qualunque bisogno o emergenza, rappresentano un grandissimo valore aggiunto che, naturalmente, non ha prezzo. Alcuni pazienti – terminato il periodo di cura – rientrano nelle loro città, perché stanno meglio e hanno nuovamente i valori nella norma. Può succedere, però, che a distanza di qualche mese o anno ritornino a Milano, ospiti in una delle case AIL per essere sottoposti a controlli saltuari o ad altri cicli di terapie. È inevitabile che la relazione, con il passare del tempo, diventi sempre più profonda. «Lo scorso novembre – racconta ancora il signor Luigi – AIL mi ha chiesto di poter essere fotografato con una ragazza malata, ospite in uno dei lori alloggi, per una campagna sulle attività di volontariato in città con grandi immagini che, in seguito, sono state esposte lungo la zona pedonale di via Dante. La ragazza ha voluto mostrarsi per quello che era, debilitata dalle lunghe terapie. Abbiamo fatto le foto insieme come due amici, come nonno e nipote, perché ci conoscevamo da tempo: con una mano sulla spalla, guardandoci negli occhi
e sorridendoci. È stato un momento di contatto molto bello, ma altrettanto triste. Fino ad allora, nessuna cura aveva dato i risultati sperati e questa ragazza non ce la faceva più, voleva solo tornare a casa. Questo era stato, quindi, il suo modo per salutarmi. Un saluto che mi ha lasciato un vuoto dentro, non sapevo
cosa dire e fare. Non sono mai andato a vedere quelle fotografie in via Dante.»

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