Nel primo anno di attività, l’Ambulatorio di sostegno psicologico ha accolto 84 pazienti e sono stati svolti 1050 colloqui. Il primo quadrimestre del secondo anno di lavoro (marzo-luglio 2022) ha visto, rispetto al medesimo periodo del 2021, un incremento del 60% di richieste di supporto psicologico. Un dato significativo che denota un livello sempre più crescente di sofferenza emotiva, correlata all’impatto psicologico della malattia oncoematologica sull’esistenza, una maggiore sensibilità da parte delle persone e dei curanti sui bisogni emotivi e la necessità di sviluppare e potenziare i servizi di salute mentale. Questi dati sono molto incoraggianti perché prospettano un cambiamento in materia di salute in cui la dimensione fisica e quella mentale rappresentano le due facce di una stessa medaglia.

La malattia oncoematologica viene spesso descritta dai pazienti che afferiscono all’Ambulatorio come un evento che irrompe nel continuum dell’esistenza e ne minaccia la vita in tutte le sue dimensioni. Nell’incontro quotidiano con le storie dei pazienti, noi clinici della salute mentale in oncoematologia, siamo i testimoni di un corpo che patisce e subisce una sofferenza che si riverbera sul movimento di un’esistenza che si ritrova ‘scomoda’ nel tempo, nello spazio e nel mondo.

Il numero di colloqui registrati nel primo anno di attività, frutto del confronto con l’equipe dell’Ematologia del reparto dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e della campagna comunicativa di AIL Milano con le altre strutture sanitarie presenti sul territorio, ha messo in evidenza un bisogno crescente da parte dei pazienti di ridefinire una nuova immagine di sé nello spazio e nel tempo.
Uno spazio e un tempo che viene per
cepito dai pazienti come un’‘invasione’ da parte di una malattia che detta le regole, gli impegni, le progettualità e che chiude loro ogni apertura al futuro. Tuttavia, e diversamente da quanto i pazienti stessi percepiscono di sé, nel lavoro terapeutico emerge quanto il tempo della malattia sia, invece, contraddistinto dall’apertura a progettarsi nel futuro attraverso la speranza.

Possiamo dire con certezza che la speranza è un vissuto che ha contraddistinto questo primo anno di attività sia per i pazienti che per noi psicologi, a volte faticoso da condividere considerati i lunghi tempi della malattia, gli innumerevoli ostacoli che porta con sé e le diverse comorbilità presenti che definiscono quadri clinici davvero molto complessi.
Tuttavia, la sensazione che abbiamo
più volte sperimentato e che definisce il punto su cui crediamo sia importante continuare a lavorare per mettere sempre più al centro della cura la persona e non solo nella sua dimensione di ‘corpo malato’, è la fragilità dello sguardo che ogni persona incontrata ha nei confronti del futuro e del possibile. Una fragilità che spesso si manifesta con ansia, sconforto, depressione o con altre sfumature emotive che sono allineate e coerenti con la durezza di una malattia che si impone in ogni dimensione della vita e non lascia spazio alcuno al desiderio di futuro.

Dai racconti condivisi con i pazienti sembra quasi impossibile, per loro, immaginarsi nel domani ma il solo fatto di parlarne denota che quel domani è già lì, lo stanno vivendo e/o attraversando. Quello che risulta davvero complesso è l’autorizzazione a questo sentire perché fortemente in opposizione con la direzione della malattia. Ed è proprio in questo spazio contraddistinto da una certa ambivalenza emotiva che noi psicologi in oncoematologia tessiamo insieme ai nostri pazienti un filo invisibile su cui, con la delicatezza e la fermezza di un funambolo, impariamo a ‘stare’ con loro in un equilibrio che vacilla tra la fatica, lo sconforto, la paura e la gratitudine, la speranza e il desiderio di una vita come ‘tante altre’.

 

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